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Amare riflessioni su Banca Mps e Fondazione Mps

La Fondazione ha detto la “sua”, la banca ha detto la “sua”; anche la politica ha detto la “sua” (anzi: le “sue”). Tutti bravi, tutti  nel giusto; eppure, in questo colloquio tra sordi, il risultato è che ciascuna di queste “verità” mette in gioco non solo la sorte dei due enti, ma anche quella della città e del suo territorio. Chi chiede il rinvio dell’aumento di capitale non avanza  previsioni attendibili sull’immediato “dopo” di un’assemblea che adotti una decisione del genere, soprattutto sul tema della valorizzazione del titolo Monte Paschi, e neppure sull’esito della futura operazione di capitalizzazione;  chi invece spinge per l’ aumento di capitale entro gennaio non chiarisce affatto in quale situazione si troverebbe la Fondazione con il suo pacchetto azionario svalutato ed il suo debito ancora da pagare, né suggerisce percorsi di garanzia; chi poi preferisce senz’altro la “nazionalizzazione” non sembra preoccuparsi di avere come azionista di assoluta maggioranza della Banca uno Stato in piena crisi, con un disperato bisogno di nuove risorse e certamente tutt’altro che voglioso di veder trasformate in azioni della Banca le somme date in prestito alla stessa e non restituite.

I vertici dei due enti propongono soluzioni tecniche a garanzia del patrimonio (la Fondazione) e di una stagione di sviluppo (la Banca), ma dove l’interesse della città e della sua comunità viene indicato come tutelabile (solo indirettamente) attraverso la tutela dell’ente nell’ottica della soluzione individuata. Sembra che a dare la direzione sia il principio della “responsabilità degli amministratori”: e che sia la responsabilità personale (da evitare) ad indirizzare i passi  dei vertici dei due enti; così che ciascuno assume le iniziative che più si confanno in questa prospettiva senza tenere in conto (se non in piccola misura) della situazione dell’altro. Qualcuno dirà che è regolare ci si comporti così: e, entro certi limiti, posso essere d’accordo. Ma tra Fondazione e Banca non sempre è stato così: v’è stata al contrario collaborazione; anche quando la Fondazione, sia pur attraverso comportamenti sciagurati (da aggiungersi a quelli sciagurati della Banca) che l’hanno portata alle soglie dell’insolvenza per il gravissimo indebitamento, ha comunque motivato la decisione con la volontà di aiutare la Banca in un momento di difficoltà.

La comunità senese (e non solo senese) ha avuto tanto dalla Fondazione; e prima, e per molti più anni, dal Monte dei Paschi di Siena, istituto di credito di diritto pubblico. Ma anche la Fondazione ha avuto “qualcosa” dal Monte dei Paschi: inizialmente il “patrimonio” (forse il più vasto tra le fondazioni bancarie italiane), poi gli “utili” da distribuire. La Fondazione non può rivendicare un “patrimonio originario proprio” di fonte diversa: il patrimonio di costituzione  della Fondazione è stato fornito esclusivamente dal Monte dei Paschi quando è stata costituita la Banca Monte dei Paschi di Siena Spa. E anche gli utili della Fondazione, salvo pochi spiccioli, sono venuti dalla Banca essendo la Fondazione proprietaria in un primo momento del 100% del capitale della Banca e in un secondo momento di oltre la metà del capitale stesso. Ma tutto questo patrimonio della Fondazione (come d’altronde quello della Banca) è stato quasi azzerato e in un tempo relativamente breve. E quanto a quello residuo (che dovrà purtroppo ancora drasticamente diminuire per il pagamento dei debiti in essere), chi di dovere non ha provveduto - o non è riuscito a provvedere - per tempo ed  oggi viene prospettata una soluzione futura (auspicata e auspicabile, ma tutt’altro che certa se non nelle speranze) che peraltro nell’immediato oggettivamente procura un grave problema (se e come risolvibile nel tempo, lo sapremo in prosieguo) alla Banca nella ricerca del percorso migliore per la sua capitalizzazione.

Ognuno dei due enti persegue il proprio interesse nei modi che ritiene più opportuni: e se ne assumerà ovviamente le relative responsabilità. Ma ad ambedue va comunque fortemente contestato di essere arrivati a questo punto senza aver trovato un accordo. Forse, senza nemmeno averlo “realmente” cercato. Un accordo che sarebbe stato opportuno anche nei confronti del mercato, per l’utilità di chi deve vendere e di chi deve ottenere la fiducia degli investitori. Incapacità congenita al dialogo, o sicurezza nelle proprie idee da rasentare l’arroganza? Ciascuno pensi come vuole. Purtroppo la realtà è questa: e gli effetti li constateremo a breve.

Roberto Martinelli