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La filosofia artefatta che i senesi hanno imposto a Siena «A Siena si fa quel che ci pare» e, con questo motto creato artificiosamente alla fine degli anni '60, Siena fa finta di ricostruirsi una propria incontaminata Repubblica del XX e XXI secolo. E' un motto che fa parte della cultura nascosta di ogni individuo, che ritiene di appropriarsi di un diritto, inventato e, del resto, mai esistito, con cui pavoneggiarsi di fronte al mondo intero, almeno quello che è a conoscenza dell'esistenza di Siena. E' un motto che ha assunto, ultimamente, i contorni di una vera e propria filosofia di vita. Forse, a voler vedere fino in fondo, si può anche capire perché il cittadino di Siena pensi che sia giusto che a Siena si faccia ciò che vogliamo, pur con la consapevolezza di certi obblighi stabiliti, guarda caso, dalla legge italiana. Eppure, se, nella filosofia tutta senese, avesse trovato breccia, alla fine degli anni '60, il principio della droga possedesse i contorni della legalità, quel «A Siena si fa quel che ci pare» sarebbe stato appiccicato anche a questo aspetto delinquenziale. Logico pensare, ed anche sostenere, che i senesi, nel susseguirsi delle generazioni, pensino di essere "unici" e, attraverso queste seghette mentali, ecco la nascita del motto, che perde, in occasione di specifici episodi, sempre più consistenza proprio perché inventato: «A Siena si fa quel che ci pare». Del resto è naturale pensarla così. Una città di 50 mila abitanti, con qualche decina in più o in meno, colleziona notevoli titoli: è capoluogo di provincia; ha il pieno possesso della terza banca del Paese; ha una Mucchina che permette benessere alla comunità; ha un Ospedale che non riesce più a gestire localmente; ha un'Università tra le più antiche; ha un potere economico unico; ha una potenzialità di opere d'arte che non riesce a sfruttare; gestiva direttamente industrie dolciarie e farmacologiche; ha, tra l'altro, anche una Festa, il Palio, la cui genuinità la rende unica nel mondo e ... allora? Allora, più che spontaneo è naturale coniare il motto «A Siena si fa quel che ci pare», dietro il quale si nasconde un'interminabile serie di negatività assolute che rendono l'habitat senese assolutamente gestibile-ingestibile. Non è proprio un caso che i colori del suo orgoglio secolare siano diametralmente all'opposto: bianco e nero. Una facciata esterna, perché all'interno i senesi sono tutt'altro che bianchi o neri; assomigliano sempre più a polpi e seppie che cambiano colore della pelle a seconda dell'emozione del momento. A Siena si pensa che si faccia quel che ci pare; in realtà non lo si è mai fatto. Certe indicazioni, sancite con un provvedimento legislativo, non sembrano ancora essersi ben incuneate nei meccanismi organizzativi, perché il motto «A Siena si fa quel che ci pare» è duro dall'essere abbandonato. Il problema è che, all'improvviso, uno chieda all'altro: «Ma a Siena non si faceva come ci pare?». Pochi anni fa. 1 giugno 2009 |