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Il Palio è un gioco corrotto da secoli

Lo dice in modo chiaro ed inequivocabile il Regolamento del Palio: «E' proibito qualunque partito, o accordo diretto a far vincere il Palio ad una piuttosto che ad un'altra Contrada»; è l'articolo 89, risalente addirittura  al 1852 quando recitava così: «E' proibito qualunque partito, o accordo diretto a far vincere il Palio ad una piuttosto che ad un'altra Contrada», vale a dire nella stessa, identica maniera. Quello del 1852 era l'articolo 9 del Regolamento emanato, per la prima volta nella storia, dalla Prefettura di Siena e si riallacciata alla "filosofia" della mercede che doveva essere consegnata ai fantini dalla struttura comunale; una filosofia stabilita da norme regolamentari, la cui prima applicazione risale al luglio 1712. La proibizione degli accordi per far vincere una Contrada è una di quelle norme del Regolamento definite "folkloristiche", perché mai, a nessuno, verrebbe in mente di chiederne la sua applicazione. Eppure esiste, ed è lì, identica, attraverso i secoli con uno scopo preciso: dimostrare quanto il Palio sia un "gioco tremendamente corrotto". Nei secoli. Questa premessa ci porta ai giorni attuali, in considerazione delle cosiddette "critiche al sistema" emerse dopo la vittoria di Capitanbruschelli con il giubbetto dell'Istrice e con un cavallo che, solo sul tufo, ha dimostrato di essersi guadagnata la fortissima pubblicità che lo ha accompagnato. Con troppa disinvoltura, e altrettanta superficialità, si è pensato che la vittoria dell'Istrice sia stata l'esaltazione del potere della città che ha voluto piegare alla sua forza addirittura la Festa della città, nel suo insieme. Co9ncetto questo che dobbiamo ribadire e contrastare, come, del resto, abbiamo fatto subito dopo il Palio di Provenzano. L'esclusione di Fedora Saura, decretata da Capitanbruschelli, è una classica espressione del Palio di Siena. Chi sostiene il contrario è un quattrogiornista, o non sa neppure cosa dice. Basterebbe ricordare come Gaudenzia, nel luglio 1955, fu rispedita a casa perché aveva vinto tutti i tre Palii dell'anno precedente. 1955, signori; a testimonianza che il gioco di escludere il "cavallo indesiderato" era, ed è, un concetto ben evidente da oltre mezzo secolo! Che oggi, e anche per il prossimo agosto, Fedora Saura sia esclusa da un fantino, mentre Gaudenzia veniva messa da parte dai Capitani, è un problema che riguarda le elezioni di Commissioni elettorali e Capitani, non certo del cosiddetto "potere" della città. Altro capitolo che rimbomba nella disperazione dei quattrogiornisti e di coloro che scelgono Capitani vicini a Capitanbruschelli, riguarda la mancata presenza alla tratta di Elimia. Ed anche su questo "capitolo", di fronte alle accese polemiche che ne sono scaturite, cadono le braccia. Come si fa a non capire che l'assenza di Elimia, appartenente al sottobosco di Castelvecchio e che, di conseguenza, sarà assente anche ad agosto, non fa altro che rientrare nelle strategie dei fantini come è avvenuto, appena un anno fa, per Elisir Logudoro e Dostoevskij? Come si fa a credere ad una pressione del potere della città per la sua non-presenza? E che potere esisteva quando Canapino, seguendo precise indicazioni dei proprietari-dirigenti della Tartuca, lasciava a casa Rimini e Panezio (luglio 1976)? Oppure, quando Urbino de Ozieri non veniva presentato? E questi sono nomi recenti, senza dover andare a scovarne altri in archivio. Ci sono, purtroppo, troppi quattrogiornisti che, anziché studiare e documentarsi, preferiscono imboccare la strada della notorietà che porta a clamorose bocciature. E terminiamo con Già del Menhir, il cui nome è accostato automaticamente a quello di Giuseppino della Mucchina, anche se ne possiede una sola zampa. Ma, come ha sostenuto Novella 2000, il valore di Già è di circa 2 miliardi di lire, per cui anche una zampa produce un consistente livello economico. Da quando, lo scorso anno, il cavallo è stato super-sponsorizzato, specialmente dalle strutture della così definita comunicazione cittadina, abbiamo scartabellato il nostro archivio digitale dei filmati di Chilivani per vedere se quella striscia, scarsamente contorta, in mezzo alla testa sia risultata uguale a quella del Già in terra senese. Anche le balzane posteriori sono state oggetto di accurato studio, ma il cavallo sardo e quello senese erano, e sono, identici. Questo per valutare se il cavallo fosse stato cambiato, vista il suo palmeras da cavallo atleta a cavallo da compagnia. Se ci fosse stato anche un pelo storto, ci saremo divertiti. Non è stato così; tutt'altro. Grazie alla preparazione, adeguata e professionale, di Massimo Coghe il cavallo, con una zampa di Giuseppino della Mucchina, ha ampiamente dimostrato di essere nato (o allenato) per la Piazza. La sua naturale preparazione alla mossa, e al canape, sono lì a dimostrare che il "potere della città" non può assolutamente imporre comportamenti equini ad equini. Su questo riteniamo che anche il nostro "lettore zero" ne convenga. Il Palio, per la sua storia, è corrotto; se così non fosse non sarebbe il Palio di Siena. Scartare cavalli "indesiderati", o non portarne altri attesi, rientra perfettamente nello spirito della corruzione paliesca. Non c'entra proprio nulla il potere della città; Già del Menhir lo ha dimostrato, anche se Capitanbruschelli si è guardato ben bene dall'allontanarsi dal colonnino di S. Martino. Del resto, per concludere, Capitanbruschelli non ha fatto, in questi anni, che perfezionare quello strapotere dei fantini sulle Contrade che era già presente, ad esempio, nel 1834, come è stato dimostrato da una nostra pubblicazione. Così, molto, ma molto semplicemente.

Sergio Profeti

28 luglio 2008