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Il fantino che ha sotterrato il ruolo delle Contrade

Il Palio di qualche ventennio fa è solo un ricordo di qualche sbiadito filmato, rigorosamente in bianco e nero, ma è, soprattutto, un ricordo quella "filosofia di base" che ne era la linfa vitale. Uberta, Belfiore, Gaudenzia e Salomè erano i cavalli di riferimento con cui questa "filosofia di base" si sviluppava e che traeva le sue origini dal rispetto, e dall'amore, che i principali soggetti (i cavallai del periodo) nutrivano per Siena e per la Festa. I cavalli c'erano sempre, e sempre presenti alla tratta, perché tutti nutrivano, nei confronti della Festa, quel rispetto che, purtroppo, è sparito. Certo, le forme di megalomania e di esibizionismo gratuito dovevano ancora nascere, e pertanto "a quei tempi" il tutto appariva più genuino; ma è certo che la situazione complessiva dell'attuale momento era ben lungi dall'essere ipotizzata. Con il passare dei decenni si è assistito ad un radicale abbandono del "bene comune", individuato prima nel nome di Siena e, poi, in quello del Palio. Ma in questa repentina trasformazione, non consona ai tempi lenti della storia del palio, il ruolo delle Contrade appariva sempre centrale e sempre ben rispondente alle "regole di base". Gaudenzia veniva allontanata dal lotto dei 10 perché ritenuta troppo superiore, ma erano le Contrade a stabilirlo. Poi, progressivamente, anche per evidenti problematiche economiche i cavalli sono passati sotto la gestione diretta dei fantini che potevano disporre di lasciar fermi i vari Panezio, Rimini, Benito, Urbino. E, progressivamente, anche il ruolo delle Contrade si è andato affievolendo, anche perché il repentino cambio delle dirigenze ha dovuto seguire la moda sociale dell'esibizionismo e del voler apparire in tutti i modi. E mentre il ruolo delle Contrade veniva progressivamente a spengersi, quello dei fantini si è andato oltremodo rafforzando, sia con una potenzialità economica che non ha riscontri nel passato, sia per il modo di operare che è risultato in più occasioni vincente, o super-vincente. Capitanbruschelli, adesso, è il riferimento di successo del declino delle Contrade, che si sono viste sotterrate da una personalità di gran lunga superiore alle più rosee aspettative del proprio habitat. Il ruolo che le Contrade svolgevano, fatto di intersecazione nei ritmi e nelle strategie, adesso ha un solo dominatore ed un solo habitat: Capitanbruschelli e Vagliano. E non è certamente colpa sua se le "chiavi del Palio" gli sono state consegnate da una innumerevole serie di Capitani, pronti solo ad offrire più del collega pur di coronare il sogno di far vestire allo stesso Capitanbruschelli il proprio giubbetto. Tutto ciò che facevano le Contrade, adesso, da anni e anni, lo fa Capitanbruschelli, che ha saputo sfruttare tutto il patrimonio di grande osservatore di questo "gioco", aiutato dalla nascita. In parole povere, Capitanbruschelli sapeva benissimo cos'era il Palio perché partecipava, con i disegni della bandiera del Montone, alle iniziative della Contrada. In parole povere, Capitanbruschelli non ha bisogno di essere messo sulla strada paliesca. Forse è per questo che ha saputo imporre e studiare meticolosamente quelle strategie di cui si tramandavano le leggende; forse è per questo che sa apparecchiare una tavola nella quale non c'è nessuna pietanza, se non la sua immagine. Ed è da questa tavola, dalla quale nessuno si vuole alzare, pur digiunando, che Capitanbruschelli impone i suoi ritmi, le sue certezze, le sue dittature. Ha saputo sotterrare il ruolo paliesco delle Contrade e dei vari Capitani, che erano proiettati alla ricerca dell'ideologia dell'immagine e dell'apparire in tutti i modi. E' riuscito, comunque, a sotterrare tutto facendo leva sulle "filosofie di base" degli anni del post-guerra. Solo che, anziché Siena e il Palio, aveva, ed ha, tre precisi riferimenti: Luigi, Bruschelli e Trecciolino. In un nome solo: Capitanbruschelli. Così, semplicemente.

Sergio Profeti

8 luglio 2008